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La Ginestra: L’arbusto d’oro del tartufo

La Ginestra: L’arbusto d’oro del tartufo

La Ginestra: L’arbusto d’oro del tartufo – Con il nome comune generico di ginestra si indicano molte delle specie appartenenti a questa tribù, in particolare molte di quelle appartenenti ai generi CalicotomeCytisusGenistaSpartium e Ulex.

Un elemento legato alla maggior parte delle aree di vocazione tartufigene è la presenza di specie arbustive, che non formano ectomicorrize. Queste sono considerate “piante indicatrici” o “comari” in quanto necessitano di condizioni podologiche e micro ambientali identiche a quelle del tartufo. E’ la ginestra è proprio una di queste. Di fatti vengono considerati dei veri è propri indizi al pari del pianello sulla vocazione tartufigena di un terreno.

La Ginestra  viene citata in testi botanici molto antichi tanto che il naturalista  romano Plinio (23-79 dopo Cristo) credeva che le ceneri della pianta contenessero oro. Quello che non tutti sanno però e che la Ginestra veniva coltivata ed è stata un importante fonte di reddito per la nostra penisola, e che sta tornando alla ribalta. A mio parere deve essere fonte di attenzione  per i moderni tartuficoltori.

La ginestra è una interessante fonte di fibre tessili naturali rinnovabili; i Fenici, i Cartaginesi, i Greci e i Romani avevano capito che i suoi steli potevano essere utilizzati per farne canestri e che potevano fornire una fibra tessile adatta per corde; negli scavi di Pompei sono state trovate degli stoppini per lucerne fatti di fibre di ginestra.

L’utilizzazione degli steli delle ginestre a fini tessili è però rimasta limitata per molti secoli a livello artigianale e familiare, anche se fibre di ginestra sono state presentate nella Fiera Campionaria di Napoli del 1821, nelle Esposizioni di Firenze e di Napoli del 1850, 1857, 1864 e in quella di Parigi del 1878. L’interesse per le fibre di ginestra è aumentato nel periodo dell’autarchia fascista in quanto potevano sostituire, per la produzione di tele, corde e sacchi, le fibre di iuta che dovevano essere importate. 
 Negli anni trenta del Novecento furono approfondite le conoscenze sulla coltivazione della ginestra e furono perfezionati i sistemi di produzione delle fibre. Nel 1940 vi erano una sessantina di ginestrifici, soprattutto in Toscana, con una produzione di 700.000 tonnellate all’anno.

Dopo la Liberazione sono tornate disponibili le fibre di iuta di importazione e subito dopo c’è stato l’avvento delle fibre sintetiche che hanno oscurato l’interesse per le fibre di ginestra la cui produzione è sopravvissuta su piccola scala in poche comunità della Basilicata e della Calabria; musei della lavorazione della ginestra si possono visitare a Longobucco (Cosenza) e a San Paolo Albanese (Potenza), a testimonianza del lavoro di molte generazioni con queste fibre.
 La nuova attenzione «ecologica» per le fibre naturali rinnovabili ha spinto molti studiosi, anche in Italia, a riscoprire quanto era noto sulla produzione delle fibre di ginestra.

Le fibre di ginestra si ottengono dai rami nuovi, o al più di uno o due anni, detti verbene. Le verbene devono essere sottoposte ad un processo di macerazione che decompone le sostanze pectiche che tengono «incollate» fra loro le fibre che, dopo la macerazione, vengono staccate per trattamento meccanico. Si ottengono circa 5 chili di fibre da 100 chili di verbene, la cui resa arriva a 10 tonnellate per ettaro; come sottoprodotto  si ottiene un materiale adatto per la produzione della carta. 

Fonte: lagazzettadelmezzogiorno

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