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Tartufi in Abruzzo

Tartufi in Abruzzo: Secoli di storia dimenticati

Tartufi in Abruzzo: Secoli di storia dimenticati

Tartufi in Abruzzo – I tartufi dell’Abruzzo aquilano hanno goduto per molti secoli di grande considerazione come è possibile documentare dalla letteratura storica sull’argomento, ad iniziare da alcune epistole di Pietro Aretino (1520), al libro di ricette dell’aquilano Salvatore Massonio (1627), alla serie di libri comparsi tra la fine del Settecento ed inizi dell’Ottocento e le molte relazioni della Reale Società Economica dell’Aquila sui quantitativi annuale di tartufi raccolti.

Considerati da Bonanni (1888) tra le attività economiche tradizionali della città dell’Aquila, i tartufi venivano utilizzati anche per preparazioni di formaggi vaccini, come presame, e per la conservazione di alimenti di origine animale (Vicentini, 1833). In questo ultimo libro vengono riferite esperienze di coltivazione dei tartufi neri condotte con metodologie straordinariamente consone alle attuali conoscenze sulla biologia della micorriza, che rappresentano il primo esempio di reale tartuficoltura in Italia.

A dispetto di tutto questa nobile tradizione però, la produzione tartuficola abruzzese rimane fuori dalla promozione commerciale che si realizza nel corso del Novecento per molte aree nazionali. Fino agli anni ’80, erano pochissimi, probabilmente al massimo tre, i ristoranti aquilani ed abruzzesi che contemplavano l’uso di tartufi in cucina, anche se, nell’Abruzzo Aquilano, era fortemente attiva la raccolta ed il commercio di tartufi neri, sia estivi che invernali. Località nei dintorni del capoluogo come Arischia, Camarda Cagnano Amiterno, Scoppito, Fagnano annoveravano centinaia di raccoglitori che avevano in importanti commercianti umbri i loro interlocutori, mancando completamente un mercato regionale.

(Pacioni e Zaccagno, 1976). Le leggi tra il 1976 ed il 1985, hanno fatto prepotentemente emergere le potenzialità tartuficole dell’intera regione Abruzzo con il rilascio di migliaia e migliaia di permessi di raccolta, che implicitamente, per i meccanismi insiti nella Legge 752/1985, hanno concesso ai possessori del permesso anche la autorizzazione al commercio diretto dei tartufi raccolti.

I guadagni derivanti da questa attività diffusa particolarmente nelle aree interne e la aumentata concorrenza nella raccolta hanno spinto molti raccoglitori ed agricoltori ad iniziare attività di tartuficoltura e di trasformazione. La tartuficoltura, dopo le positive esperienze di inizio Ottocento (Vicentini, 1833), non aveva più interessato l’agricoltura abruzzese sino agli anni ’70 del secolo scorso.

Fonte: researchgate

Di chi sono i tartufi?

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