racconto

Racconto:Il diamante che sorride alla luna

Racconto di una nottata a tartufi

Quando Billy vedeva Caterina andare su e giù come una dannata, in ansia, tra il cortile e la cantina, la cantina e il garage, salendo le scale fino in cucina e scendendo di corsa, per prendere una sacca e lasciarla, riesaminandola e poi scartandola, cercando uno stivale e poi ripensandoci, rovistando, mai paga, capiva che era quella la giornata – o, meglio, la nottata – giusta.
Allora provava un sottile piacere. L’emozione l’avrebbe vinto se l’esperienza non lo avesse consigliato. Meglio starsene tranquillo.
La donna vestiva lunghi pantaloni in stile militare, una maglia bianca, aderente, le copriva le spalle, scendendo lungo il busto, fino alla cintola, delineando i seni. Caterina ora era in cerca di una giacca per ripararsi dal freddo della notte, l’autunno ormai alle porte. Ma anche qui l’indecisione la vinceva. Gli indumenti si ammonticchiavano accanto a lei, sul letto. Gli anfibi erano stati selezionati, infine, quelli con le fibbie scintillanti, che a lui piacevano, perché nel bosco tintinnavano a ogni passo. Ma nella sacca c’era da mettere pure un paio di stivali di gomma, che le marne dei querceti e le sabbie dei pioppeti avrebbero potuto sommergere fino al ginocchio. racconto

Era piovuto per due giorni interi. Un tempo molle e limaccioso, un cielo denso di brume al mattino, poi scuro fino a sera, nebbioso, annunciava il passo di stagione. I boschi quel giorno odoravano di fronde gocciolanti e di pruno selvatico, le foglie del carpino, quasi iridescenti, in equilibrio sui rami, attendevano la benedizione di un raggio di sole per lanciare gli ultimi bagliori di vita, prima di cadere, calpestate, e rinascere.
C’era odore di autunno, di humus, di terra fertile, di legno, fieno e fiori abbracciati appena fuori il cortile, là dove i prati si arricciavano in incolto e poi nel verde fitto. Billy già pregustava la camminata in salita e lungo il declivio, i sentori selvatici nelle narici, lo scalpiccio sui sentieri ancora vergini di passi dopo la pioggia, la sorpresa dell’albero migliore, cerro, rovere, tiglio o farnia, il comando «vai, Billy!», l’eccitazione della cerca, l’emozione del primo, prezioso tartufo bianco strappato alla terra, il premio, infine, insieme al sorriso e alle coccole di Caterina.

Ancora se ne stava in panciolle Billy, il cane da cerca dai riccioli candidi, striati di nero, aspirando le volute di nebbia che arrivavano fin nella veranda, la testa affollata, in attesa, pronto a scattare. Ora Caterina preparava l’auto, sacche, bastoni, stivali. Tra poco lo avrebbe chiamato. Billy sarebbe salito d’un balzo al suo posto. La donna avrebbe guidato per pochi chilometri, scollinando, per raggiungere l’astigiano e trovarsi nella valle, quella dove erano stati più volte anche in estate. La luna era alta e la notte si era fatta stellata, brillante, dopo la pioggia, quando il fuoristrada infilò la prima curva sullo sterrato. Ancora un tratto e l’auto si fermò in uno slargo al limitare del bosco. Caterina vide Billy volgere intorno lo sguardo, ansioso, consapevole, in attesa.

raccontoIl cane era stato addestrato da suo padre, Stelvio, ma le aveva riservato tutto l’affetto che un cucciolo può dare. Erano inseparabili e, anche se in casa c’erano altri animali – la sua era una famiglia di cercatori di tartufi e lo zio stava addestrando in quel periodo alcuni lagotti – preferiva quel piccolo “tabui” dalle origini incerte e dall’olfatto finissimo.

Appena il cane vide il portellone aperto scese di corsa, incontenibile: tigli, saliconi e carpini nascondevano il pioppeto e, poi, un’infilata di noccioleti e querceti. Qui, dove il Roero si fonde nell’astigiano, i cercatori acquistano incolti, piantumando giovani alberi in una grande area protetta. Per salvare il Tuber magnatum Pico bisogna difendere il bosco dai coltivi e dagli agenti chimici, con fatica e gesti accorti, pulendo il terreno a fine estate, mettendo a dimora arbusti, in un ricreato habitat naturale. Caterina lanciò Billy nel bosco. Preparò grissini e crocchette. Sapeva che il tabui, dopo aver fiutato il luogo più adatto, seguendo la scia del suo olfatto, si sarebbe accucciato, avrebbe iniziato a scavare, preso da una frenesia senza pari.
Bisognava essergli accanto, seguire i movimenti delle zampe, indovinare la scoperta, capirne il peso e il valore prima di vederlo, di toccarlo, dai movimenti più o meno pesanti di Billy, essere pronti a dissotterrare, insieme con l’animale, il prezioso “bottino” da mettere nella sacca, abbracciare i riccioli in festa, il muso stretto accanto al suo viso, in un abbraccio.

I passi di Caterina si affrettarono, le foglie sul terreno crocchiarono sotto il suo peso, le stelle nell’intrico dei rami. Billy ormai correva libero nel bosco, impossibile fermarlo, inseguendo l’afrore che aveva nelle narici. Il cane sentiva vicina la sua preda, sotto quell’albero, appena dietro la roverella. Eccolo fermarsi, scattare con le zampe, frugare il terreno, consumarsi in un attimo d’ansia. D’un balzo Caterina gli fu accanto. Scavava anche lei con le mani, estatica, presa dalla frenesia del “tabui”, mentre il cane già tentava di addentare il tuber, un bel “diamante” strappato alla terra proprio quando la luna gli baluginò addosso.

Maria Grazia Olivero

Fonte: Gazzetta d’Alba