Il fagiano alla Gabriele

Il fagiano alla Gabriele D’Annunzio

Il fagiano alla Gabriele D’Annunzio

Il fagiano alla Gabriele – La ricetta  è tratta dall‘Almanacco gastronomico di Jarro, nome d’arte di Giulio Piccini. I due si conoscevano bene. Parlo di Jarro e D’Annunzio. Intorno al 1898, D’A. si trasferì vicino Firenze, a villa La Capponcina, per stare accanto alla sua amata Eleonora Duse.

“Ti mando quel che vuoi ma tu mandami per telegrafo la bistecca di tre quarti che mangiammo allora insieme col non dimenticabile Jarro. Stop.”

Nel 1912, Jarro pubblicò il primo Almanacco con l’editore Bemporad e fin da subito propose aneddoti, episodi e ricordi legati all’amico Gabriele. E ricette, come questo Fagiano alla D’A. e il racconto di una serata incredibile.

Tratto integralmente dal libro:

Il fagiano alla Gabriele D’Annunzio

Do, con ragione, a questa pietanza prelibata il nome del poeta glorioso. Egli sarebbe un uomo dei più straordinari, anche se non fosse poeta e prosatore. La sua vita intima è un capolavoro per raffinatezza ed eleganza. Quale anfitrione più splendido di lui? Quale intelligenza, qual gusto, nella scelta delle vivande, dei vini, nella preparazione di un pranzo: Quale collaborazione prezioso per il più abile dei cuochi. Qual ricchezza sulla sua tavola, di lino, di trine, d’argenterie antiche, qual profusione di rarissimi fiori: parlo del periodo aureo: meraviglioso, a non dir favoloso, durante il quale la Capponcina fa la vera reggia di un festoso principe del Rinascimento.

Il poeta arrivava sino a questo: adornare la sua tavola di cornici, di ghirlande robbiane: ma le frutta erano vere frutta, saporose, mature, e l’armonia de’colori, dell’insieme era stata composta dalle sue industri mani di artefice.

In una sera di luglio, quando l’uva è introvabile, egli sorprese le sue belle invitate e gl’invitati, facendoli assidere ad una tavola, cui sovrastava come un padiglione di grappoli d’uva attaccati alle loro piante, su vasi bene nascosti. Con forbicette d’argento gl’invitati tagliavano i grappoli.

La tavola era illuminata, come sempre, da artistici candelabri, recanti lampadine elettriche, quasi celate tra opachi, colorati fogliami di fino vetro e intrecciati di fiori. E, al termine del pranzo, gl’invitati si tergevano le labbra e le estremità delle mani nello spicanardo, che emanava il suo profumo da bacini d’argento, sobbalzati.

 Conviti, degli davvero d’esser celebrati, cui presiedeva un anfitrione di genio: e, tra mille luci splendeva più di tutte quella del suo dolcissimo, benevolo, intelligente sorriso: sorriso dell’uomo soddisfatto di slendere intorno a se, fra amici suoi eletti, la gioia.

Ah, si sarebbe voluto, come Fausto, poter dire fermati! all’or fuggente, dinnanzi all’incanto di quella conversazione, alla grazia di quella suprema, inarrivabile, gioconda ospitalità.

VENIAMO AL FAGIANO. La carne del fagiano è, di unatura, arida, tigliosa; occorre molto tempo per renderla adatta al gusto. Ma rimane sempre arida. Credo che il cuocere un fagiano arrosto sia quasi un vecchio pregiudizio. Per gustar bene il fagiano, per averne tutto l’aroma, che richiede il soccorso meritevole dei tartufi e del tartufo bianco, fragrante in ispecie) ecco come bisogna apprestarlo e cuocerlo.

Prendete un fagiano (non è difficile che si lasci prendere) pulitelo, accomodatevi dentro un bel pezzo di finissimo burro e vari tartufi bianchi.

Ricucite il figiano e lasciatelo attaccato sino  a che non sia nella opportuna condizione. S’intende, frollo; non putrido.