Esperienze di tartuficoltura su piante adulte - 1968

Esperienze di tartuficoltura su piante adulte – 1968

Esperienze di tartuficoltura su piante adulte – 1968

Esperienze di tartuficoltura su piante adulte –  riportiamo parte del l’esperienza esposta al congresso di Spoleto del 1968 da Alvise da Schio:

Il substrato dei pani è formato da un terricciato a base di foglie di quercia fermentate. In brevissimo riassunto, il metodo di coltura, per chi lo ignorasse è il seguente. I procedimenti possono essere due: Per querce adulte o per piantine in germinazione.

  • Ricerca delle radici secondarie della quercia prescelta, lieve decorticazione in più punti alle ramificazioni, rivestirle con un pannicolo di micelio lievemente pressato.
  • Scelta di ghiande sane, geminate, con radice primaria ben sviluppata. Praticare due o tre lievi incisioni sulla radice rivestirla di micelio ed impiantare, con tutto il pane intatto, in piena terra.

Le miei esperienze sono in corso. Per ora posso dire che esse si sono svolte in terreni che parrebbero assolutamente ideali per una tale prova, e cioè:

  1. Nessuna traccia passata di tartufi.
  2. Bosco sano con presenza di oltre l’80% di querce.
  3. Terreno con buona pendenza oltre il 50%
  4. Terra rossa di disfacimento calcareo, con fisinomia carsica come presentano sovente i Colli Berici.

1° procedimento:

L’ho trovato assai più complesso della sua descrizione. Infatti è laborioso mettere a nudo delle radici secondarie delle querce prescelte. Nel terreno il decorticamento può facilitare la necrotizzarsi e si opera in ambiente assolutamente inquinato. I pannicoli, in tre volumi diversi, furono 36, variando l’esposizione, l’età delle piantine, inclinazione del terreno. Ogni luogo di inoculo venne numerato con picchetto. Dopo un’anno (fine autunno) non ottenni alcun risultato. Gli inoculi erano pressoché scomparsi, ne vi era più traccia ne di ife, ne rizomorfe. questa prima esperienza negativa collima con la rarità del propagarsi naturale del tartufo,  mentre il metodo contrasta con le estreme precauzioni che si debbono avere nell’inoculare miceli puri da spora, come l’Agarico, nei terreni di produzione che di regola debbono almeno essere pastorizzati.

2° procedimento:

Tenuto conto di tale vulnerabilità delle ife, ho voluto migliorare il metodo sterilizzando con due ore in autoclave a 120° il terreno, supposto ideale, del querceto. Servendomi di tale substrato, arricchito di minima concimazione chimica ho eseguito l’impianto (primavera) di ghiande germinate in 60 vasi da 14 cm, altrettante, con impianto e terreno normali, per confronto. I vasi d’esperimento erano nuovissimi, lavati e passati al bunseno. Le piantine trattate con poltiglia bordolese furono lavate leggermente in acqua corrente prima e poi sciacquate in acqua distillata. Dopo un’esame alla lente sono state piantate a fondo nel vaso con un pannicolo di 5 cm circa di micelio attorno alla radice che era stata lievemente incisa, come da indicazione. Il lavoro venne eseguito, per quanto possibile, in vetrina sterile e sotto lampada germicida normale.

Dopo due anni delle 60 piantine di esperimento, 44 ebbero uno sviluppo normale. Ritengo tale esito soddisfacente dato che le piante non ebbero nessuna cura particolare. A questo punto le piante trattate vennero trapiantate nel querceto con il pane di terra intatto. Ad un esame superficiale delle radici si nota la presenza indubbia di ife miceliari.  Per tanto in attesa che compiano gli 8 o 10 anni indicati per la produzione, debbo considerare per ora positivo l’esperimento.

Metto invece in dubbio la opportunità della incisione all’atto dell’impianto. Trattasi per il tartufo di un micorriza ectototrofica la formazione del micoclema – quale rivestimento miceliare – deve infatti provenire dall’esterno e per via del tutto naturale. L’incisione della radice primaria richiede une buona specializzazione nella manodopera ed un forte aumento del costo in caso di un importante impianto. Le incisioni compromettono in oltre lo sviluppo e la vita stessa della pianta. Ora spetto i risultati del mio querceto e da loro quanto non so ancora sui tartufi.