“Il profumo del marketing: perché il tartufo bianco di Alba vale il doppio di quello di Sant’Angelo in Vado?”
Ogni autunno l’Italia celebra il suo “oro bianco”, il tartufo, con fiere, aste e riti gastronomici che sanno di tradizione e lusso. Ma dietro la poesia del bosco e del cane da tartufo, si nasconde una realtà economica ben più profana: il prezzo.
A Sant’Angelo in Vado, cuore della valle del Metauro, il tartufo bianco pregiato si aggira intorno ai 2.000 euro al chilo. A Alba, capitale piemontese del tuber magnatum picco, lo stesso prodotto arriva anche a 5.000 euro al chilo.
La domanda nasce spontanea: cosa giustifica questa forbice di prezzo così marcata?
Non la qualità, dicono molti addetti ai lavori. Il tartufo bianco è lo stesso, con caratteristiche organolettiche pressoché identiche, tanto che persino esperti degustatori spesso faticano a distinguerne la provenienza.
E allora? A determinare la differenza non è il profumo del tartufo, ma quello del marketing. Alba ha costruito, negli anni, un marchio globale, legando il proprio nome a chef stellati, aste benefiche internazionali e un turismo enogastronomico di alto livello. Sant’Angelo in Vado, al contrario, resta una perla più discreta, autentica ma meno raccontata.
È la legge del brand: non paghi il tartufo, paghi la narrazione che lo circonda.
Come succede per il vino o per la moda, il “made in Alba” ha assunto un valore simbolico che va oltre il gusto. Eppure, verrebbe da chiedersi: quanto costa davvero il profumo del bosco, e quanto quello della pubblicità?
Forse è il momento di ricordare che il vero lusso non è pagare di più, ma sapere cosa si paga.
